Protocollo di disinfezione nello studio dentistico: come scegliere i prodotti più adatti
L'esperienza del Dottor Carloni
Nel flusso operativo quotidiano di uno studio odontoiatrico, i disinfettanti rappresentano uno strumento essenziale per prevenire la diffusione di microrganismi e contenere il rischio di contaminazioni crociate. La loro corretta selezione e applicazione influiscono in modo diretto sulla sicurezza del paziente, sull’efficienza dei protocolli e sulla tutela del personale di studio.
Per approfondire questi aspetti abbiamo intervistato il Dottor Luigi Carloni, specialista in chirurgia orale e relatore a livello nazionale, che ci ha offerto una panoramica sulle tipologie di disinfettanti utilizzati nello studio odontoiatrico, sui criteri di selezione e sulle nuove tendenze del settore.
1. Che ruolo svolgono i disinfettanti nella pratica odontoiatrica quotidiana e in che modo influiscono sulla sicurezza di pazienti e personale?
I disinfettanti sono fondamentali per tutto ciò che non può essere sterilizzato. Lo studio è composto infatti da materiale monouso e materiale ricondizionabile,ma anche da una serie di componenti non ricondizionabili, che costituiscono l’intero ambiente operativo: riunito, faretra, lampada, cordoni, sputacchiera e mobili. Si tratta di elementi ingombranti e non sterilizzabili; pertanto, la disinfezione rappresenta l’unica misura efficace per mantenerli sicuri.
Dal punto di vista del paziente, questa attività è spesso data per scontata: l’utente finale non percepisce l’importanza dell’atto di disinfezione, ma ne pretende implicitamente il risultato.
2. Quali caratteristiche è opportuno considerare nella scelta dei disinfettanti?
La valutazione è complessa e richiede di considerare più fattori:
- La tipologia di attività clinica (ortodonzia, conservativa, chirurgia, igiene, ecc);
- il livello di produzione di aerosol (elevate nelle sale dedicate all’igienista);
- la delicatezza dei materiali (riuniti, plastiche, guarnizioni, lampade, manipoli).
La scelta di un disinfettante per lo studio odontoiatrico comporta sempre un compromesso: prodotti troppo aggressivi, nel tempo, danneggiano i materiali, con ricadute economiche dirette sulla struttura e indirette sul paziente. Ad esempio, i polisolfuri possono deteriorare lo sky del riunito (effetto di cracking) e intaccare plastiche e gomme. Una superficie crepata è una superficie che si pulisce meno facilmente in quanto lo sporco si deposita nelle porosità che si sono create.
È anche importante modulare l’approccio in base alla destinazione d’uso degli ambienti: una sala chirurgica avrà esigenze diverse rispetto a quella dedicata alla conservativa, mentre la sala di igiene richiede il massimo livello di attenzione. L’aerosol, infatti, è elevato durante le igieni dentali e non resta confinato all’area del paziente: può diffondersi fino a tre metri, aumentando il rischio ambientale.
3. Quanto tempo richiede una corretta disinfezione e come se ne verifica l’efficacia?
L’efficacia è difficilmente verificabile con metodi oggettivi. I tempi operativi variano, ma in genere il disallestimento, la disinfezione e il riallestimento del riunito occupano 5–10 minuti, a seconda della procedura svolta.
Quindi il tempo dipende assolutamente dall’utilizzo che viene fatto dello strumentario. Per gestirlo correttamente è essenziale una classificazione chiara in:
- critico,
- semi-critico,
- non critico.
Formare l’assistente al riconoscimento della criticità dello strumento riduce errori e incertezze. Alcuni operatori adottano un approccio più prudente trattando sempre gli strumenti come “critici”, riducendo così il margine di rischio: è una scelta efficace, purché rimanga sostenibile e ben organizzata.
Un esempio è il tubo del radiografico: se contaminato durante un atto chirurgico, deve essere coperto con pellicola adesiva o disinfettato; la comune pellicola tipo Domopak non è idonea perché può trattenere microrganismi.
In ogni caso, è essenziale avere un protocollo scritto e disponibile per tutto il team, come richiesto dalle linee guida di prevenzione delle infezioni in odontoiatria.
4. I disinfettanti possono causare reazioni allergiche o irritazioni alla pelle dei pazienti o del personale? Esistono alternative per i soggetti sensibili?
Il personale odontoiatrico è altamente esposto a dermatiti, irritazioni e rischi da inalazione, soprattutto in caso di prodotti a elevata tossicità.
Il paziente, invece, non entra a contatto diretto con il disinfettante che viene applicato sulle superfici e lasciato asciugare prima della seduta.
In presenza di allergie conclamate a una determinata sostanza presente nel prodotto, o sensibilità individuali, è possibile sostituire il prodotto con una formulazione alternativa. Il compromesso corretto deve tenere conto di:
- efficacia microbiologica,
- tossicità,
- sicurezza per l’operatore.
Tra le alternative pensate per soggetti sensibili rientrano le formulazioni a base di alcoli + ammoni quaternari di nuova generazione, tra i disinfettanti più comuni nello studio, con buon equilibrio fra efficacia e tollerabilità. Anche il perossido di idrogeno è un’alternativa valida quando si vogliono evitare composti più aggressivi in quanto efficace a basse concentrazioni.
5. Utilizzate disinfettanti a base di ipoclorito di sodio? Se sì, per quali applicazioni specifiche e a quale concentrazione risulta efficace?
L’ipoclorito di sodio viene utilizzato quando è necessario uno sterilizzante chimico a freddo.
È classificato come disinfettante di alto livello, insieme a glutaraldeide e acido peracetico, e offre diversi vantaggi:
- Maggiore efficacia;
- Minore tossicità;
- Rapidità d’azione (da 20 secondi a 1 minuto).
La glutaraldeide, invece, richiede tempi di contatto molto più lunghi (fino a 8 ore) e presenta elevata tossicità, con potenziali effetti cancerogeni. L’acido peracetico è l’altro grande sterilizzante chimico a freddo di alto livello usato quando non si può ricorrere al calore.
Generalmente l’ipoclorito di sodio viene utilizzato a una concentrazione intorno allo 0,5%, ma in ogni caso, è indispensabile fare sempre riferimento alla scheda tecnica del prodotto, perché concentrazione, tempi di contatto e compatibilità dei materiali possono variare in base alla formulazione e all’applicazione.
6. Quanto è importante l’impiego di disinfettanti biodegradabili o a basso impatto ambientale? Avete già iniziato a integrarli nella clinica?
È un tema sempre più importante, non solo per una sensibilità ambientale crescente ma anche perché incide direttamente sulla gestione quotidiana dello studio. Un disinfettante a basso impatto riduce i rischi per l’operatore, semplifica lo smaltimento e limita l’accumulo di sostanze potenzialmente critiche nell’ambiente. Per questo oggi la scelta non si basa più soltanto sull’efficacia, ma anche su criteri di sostenibilità e sicurezza.
Molti studi – incluso il nostro – hanno già iniziato a orientarsi verso formulazioni di questo tipo. In particolare, alcol e ammoni quaternari di nuova generazione rappresentano una soluzione equilibrata perché garantiscono un’elevata efficacia sulle superfici operative e, allo stesso tempo, risultano biodegradabili oltre il 90%.
Al contrario, alcuni disinfettanti di alto livello – come glutaraldeide e l’acido peracetico – pur essendo utili in applicazioni specifiche, richiedono una gestione più attenta: devono essere neutralizzati prima dello smaltimento, con procedure dedicate che aumentano complessità operativa e impatto ambientale. Per questo il loro impiego va riservato ai casi in cui sono realmente necessari, evitando un uso routinario dove esistono alternative più sostenibili.
7. C’è attenzione alla riduzione dei rifiuti tramite formati concentrati o sistemi di diluizione?
I sistemi di diluizione riducono packaging e impatto ambientale, ma richiedono precisione nella preparazione della soluzione. Alcuni prodotti tollerano un margine di concentrazione (per esempio 3–5%), altri invece necessitano di un dosaggio molto specifico.
Va considerata però anche la variabilità dell’acqua di rete (durezza, pH), che può alterare le caratteristiche della soluzione. Per questo, dal punto di vista della sicurezza del processo, un prodotto pronto all’uso garantisce maggiore uniformità e riduce il rischio di errore.
In sintesi: la diluizione è più sostenibile a livello ambientale, il pronto uso è più pratico e controllabile.
8. Quanto spesso si aggiornano le linee guida di disinfezione e come si mantiene informato?
Le linee guida vengono aggiornate solo quando emergono novità rilevanti: nuove evidenze scientifiche, revisioni normative, cambiamenti negli standard di sicurezza o introduzione di tecnologie che modificano il flusso operativo. Il protocollo operativo che utilizzo nel mio studio è stabile da oltre 15 anni perché si basa su principi solidi ed è ben interiorizzato dal team, quindi non ha senso stravolgerlo senza motivi concreti. Detto questo, chiaramente lo rivediamo quando entra in gioco qualcosa di nuovo che impatta davvero il lavoro quotidiano.
Per restare aggiornato, mi affido a più canali complementari: letteratura scientifica, corsi di formazione e confronto continuo con colleghi e fornitori qualificati. Spesso sono proprio le innovazioni tecnologiche o i nuovi dispositivi che ti “costringono” a rimettere mano al protocollo, perché ti offrono un’alternativa più sicura o più standardizzata rispetto a ciò che facevi prima.
9. Come spiega ai pazienti l’importanza della disinfezione e sterilizzazione per la loro sicurezza e salute?
In realtà, nella maggior parte dei casi non lo spieghiamo in modo esplicito. Non perché non sia importante, ma perché nella routine quotidiana il tempo è poco e il paziente tende a dare per scontato che questi protocolli vengano eseguiti correttamente.
Inoltre, il paziente, spesso già concentrato su altro – l’ansia della seduta, il fastidio, la diagnosi – raramente è nella condizione di seguire nel dettaglio ciò che avviene tra una visita e l’altra. Per questo le procedure di disinfezione e sterilizzazione restano per lo più “invisibili”: fanno parte del lavoro dietro le quinte, che garantisce sicurezza senza bisogno di essere spiegato ogni volta.
Detto questo, più che attraverso spiegazioni verbali, la sicurezza si comunica soprattutto con i comportamenti visibili: cambio dei DPI davanti al paziente, strumenti confezionati e aperti al momento, superfici asciutte e riordinate.
10. Qual è il futuro della disinfezione in odontoiatria? Ci sono innovazioni che possono migliorare o automatizzare i protocolli?
La direzione più concreta per migliorare davvero i protocolli e renderli più affidabili è l’automazione dei passaggi critici all’interno del processo di sterilizzazione. Il futuro non è tanto “inventare un nuovo disinfettante miracoloso”, quanto ridurre al minimo l’errore umano attraverso processi standardizzati e ripetibili.
In questo senso, il termodisinfettore è la soluzione più efficace per portare la fase di disinfezione a un livello ospedaliero: lavaggio controllato, parametri costanti, tracciabilità dei cicli, risultati uniformi indipendenti da chi esegue il passaggio.
Il vantaggio principale è che il termodisinfettore garantisce la diminuizione del bioburden (ndr: quantità di microrganismi vitali presenti su un prodotto o una superficie prima della sterilizzazione) in modo molto più affidabile rispetto alla pulizia manuale.
In Italia l’investimento non è ancora automatico per tutti. Molti studi sono piccoli o medi e spesso preferiscono soluzioni “più leggere”, anche per una questione di spazio e costi. Ma questa dinamica sta già cambiando: le cliniche crescono e aumentano i volumi di attività.
Accanto ai termodisinfettori, le innovazioni che vedremo crescere sono tutte coerenti con la stessa direzione:
- integrazione con sistemi di tracciabilità digitale;
- prodotti e superfici più compatibili con disinfezioni frequenti, pensate per durare nel tempo senza degradarsi;
- workflow sempre più “a prova d’errore”, con protocolli semplificati e validati.
In sostanza, il futuro della disinfezione in odontoiatria non è un salto fantascientifico, ma un percorso molto chiaro: meno variabilità, più controllo, più standardizzazione. Tutto ciò che può essere automatizzato verrà automatizzato, perché è l’unico modo per alzare il livello di sicurezza senza aumentare il carico operativo sul team.